lunedì, 24 novembre 2008

Simone Sarasso, classe '78, professional writer da un paio d’anni, scrive stosarassorie nere per la narrativa mainstream e per i comics.

Ha pubblicato Turkemar (Effequ, 2007) e Confine di stato (Marsilio, 2007).

Segue il progetto United We Stand, partito Lunedì 7 gennaio 2008. Si tratta di una graphic net novel sceneggiata da Simone Sarasso e disegnata da Daniele Rudoni. Proprio quel “net” tra i termini graphic e novel costituisce l'elemento interessante del progetto. Il fumetto approda in rete e lo fa sfruttandone per intero le potenzialità. Le sei uscite bimestrali di UWS sono state rese disponibili su Lulu.com a partire dalla fine di gennaio.

 

Ciao Simone, grazie di essere intervenuto sul mio blog. Partiamo dal tuo interesse per il web e i new media. Ho letto questa tua affermazione “Questo è un periodo strepitoso per fare lo scrittore. Negli Anni Settanta, probabilmente, non sarei riuscito nemmeno a farmi leggere.”  Vuoi spiegarci meglio?

 

SS: Semplicemente: questo è il futuro. Prima nessuno si sognava di fare il cinema, o i videogiochi, in casa. Oggi con un PC e un paio di programmi è possibile realizzare video professionali e sviluppare software di gioco complessissimi. Anche la letteratura è entertainment, è l’approdo nel futuro non poteva non sfiorarla.

L’avvento della rete ha accorciato le distanze, ha aumentato le possibilità di farsi conoscere. Per un pigro cronico come me si tratta di un mutamento epocale.

Grazie a internet ho conosciuto il mio primo editore.Grazie a internet ho scritto il mio primo romanzo.

Grazie a internet sono approdato in Marsilio.E tutto senza muovermi da casa. Se avessi dovuto scarpinare per biblioteche prima (le ricerche per i miei libri sono piuttosto ingenti, e la rete aiuta parecchio) e per case editrici poi, a propormi come autore, credo che non sarei arrivato nemmeno alla prima stesura.

 

Quello che dici è di interesse per tutti coloro che vorrebbero emergere come scrittori. Ti cito qualche dato, forse non aggiornatissimo: in Italia si stampano circa 53.000 titoli l'anno, più di 100 al giorno quindi;  il 60% sono prime edizioni; il resto ristampe o riedizioni;  sono considerati forti lettori coloro che leggono 1 libro al mese.  Ci sono più di 4.000 editori: solo 1.000 sarebbero reperibili nel normale circuito librario, poche decine sono quelli che vediamo in prima fila; in un anno si stampano 300 milioni di copie e se ne vendono 150 milioni. Perché allora uno dovrebbe desiderare di fare lo scrittore?

 

SS: Giuro non ne ho idea. È un dei mestieri più sottopagati che conosca…;-)

 

Tu perché fai lo scrittore?

 

turkemarSS: Perché, mentre cercavo lavoro (un lavoro qualsiasi, stavo veramente con le pezze tu sai dove), conobbi un editore. Questo editore non aveva un lavoro da offrirmi, ma mi disse che scrivevo bene. Insistette perché scrivessi un racconto. E poi un romanzo.

Disse che dovevo fidarmi, che prima o poi avrei trasformato questo talento in una professione. Gli ho dato retta.

Meno male che gli ho dato retta.

 

Tornando agli strumenti 2.0, si dice che “la rete e la convergenza resa possibile dal digitale oggi abbiano trasformato il mestiere dello scrittore”. In che senso?

 

SS: Nel senso che tutto è molto più accessibile. Per scrivere un libro come CONFINE DI STATO, anche solo dieci anni fa, avrei dovuto passare mesi in biblioteca, negli archivi. Grazie alla rete e ai social network sono riuscito a reperire il materiale direttamente in internet o contattare chi lo possedeva e farmelo mandare.

Ma il web cambia la scrittura anche nelle minuzie. Se ho bisogno di un sinonimo o devo cercare una parola sul dizionario, di certo non uso più i tomi cartacei. I vocabolari in rete sono molto più aggiornati e la ricerca è molto più veloce.

La rete velocizza, rende più facile e migliora la qualità del nostro mestiere.

 

In una conversazione avuta pochi giorni fa, Loriano (Macchiavelli), parlando del mestiere dello scrittore, mi ha citato il parere di Pasolini là dove sostiene che uno scrittore ha il dovere di “…seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa e che si tace.” Cosa ne pensi?

 

SS: Sottoscrivo. Specie l’ultima parte, quella che a che vedere con l’immaginazione e il riempimento dei vuoti. Buona parte del mio mestiere consiste in questo: costruire ipotesi plausibili sul corso degli eventi non documentati e incastrare le ipotesi in un quadro generale il più verosimile possibile.

Una sorta di restauro integrativo della memoria.

 

Hai detto “se scrivo quel che scrivo e se sono andato a leggermi le duecento pagine della relazione della Commissione Stragi è grazie ai libri di Lucarelli, dei Wu Ming, di Genna.”  Per Massimo (Carlotto) “l'autore deve attraversare il suo tempo occupandosene. Ed è alla base della mia scelta di scrivere… e poi qualcuno dovrà pure raccontare queste storie.” Il thriller/noir a sfondo sociale oggi ha ancora un senso? Non è usato e abusato?

 genna1

SS: Se c’è qualcosa di abusato, io credo, è l’etichetta NOIR/THRILLER che viene apposta dagli editori a qualunque storia in prosa che tratti di morti ammazzati. In Italia, negli ultimi quindici anni, autori preparati e consapevoli hanno indagato, inizialmente attraverso la letteratura criminale, i lati oscuri della storia del nostro paese. L’indagine è proseguita evolvendo, e dimenticandosi delle gabbie di genere (penso al recentissimo ITALIA DE PROFUNDIS di Genna, ad esempio. Ma anche al suo DIES IRAE).

In realtà questo nucleo di autori ha fatto qualcosa in più. Ha fatto scuola: ha insegnato ad altri (me compreso) il mestiere, ha aperto la via, ha permesso alla narrazione di evolvere e al meccanismo mitopoietico di diventare maturo.

L’attuale “stato dell’arte” l’ha descritto Wu Ming 1 nel suo memorandum sul New Italian Epic. Leggendolo ci si accorge di come il “social noir” sia solo uno degli aspetti che hanno cambiato il modo di raccontare storie nel nostro paese.

Non sempre la buona letteratura è politica. Quasi sempre, almeno per come la vedo io, la letteratura di qualità racconta il mondo in cui viene generata. È naturale che, scrivendo in Italia in questo determinato periodo storico, le nostre storie abbiano a che fare con quello che ci gira intorno.

 

“Confine di stato” è letteratura e fiction. Ma potrebbe essere successo o succedere. Potrebbe essere tutto vero. Descrivilo  tu, con le parole che preferisci.

 

SS: CONFINE DI STATO è il tentativo, tanto assurdo quanto disperato, di trovare un colpevole per tre tra i più angoscianti misteri di questo paese: la morte di Wilma Montesi, quella di Enrico Mattei e la strage di Piazza Fontana. Le indagini su questi casi si sono concluse con un nulla di fatto. Dopo decenni di processi, nessuno ha pagato. A parte le vittime.

Ho iniziato aconfine interessarmi all’argomento da semplice lettore, da cittadino indignato. Man mano che accumulavo materiale, man mano che il quadro delle istruttorie si componeva davanti ai miei occhi, mi rendevo conto della difficoltà in cui incapparono gli inquirenti: l’inaccessibilità dell’essenziale. Ci sono ipotesi sui colpevoli reali, ma niente che possa provare in maniera definitiva la loro responsabilità.Detto questo, non rimane che la frustrazione. Per la società civile, ma soprattutto per i parenti delle vittime.

CONFINE DI STATO è uno sforzo concreto per combattere quella frustrazione. Facendolo, però, non tiene conto del reale sviluppo delle cose. È impossibile identificare i responsabili della morte di Wilma Montesi, di quella di Mattei, di Piazza Fontana. Perché mancano connessioni, evidenze, prove.

Arrabattandomi, io riesco a trovare un responsabile. Ma cambiano le condizioni di veridicità. I delitti che racconto non sono più quelli reali, sono una costruzione fittizia, fatta di prove indiziare, di sospetti legittimi tramutati in realtà processuale.

In CONFINE DI STATO, semplicemente, racconto un’altra Italia. La mia Piazza Fontana è molto dissimile da quella del 12 dicembre 1969. Fabio Riviera è altro da Enrico Mattei, così come la storia di Ester Conti non è quella di Wilma Montesi.

CONFINE DI STATO è un raffazzonato tentativo di fare giustizia. Di spiegare come siano andate certe cose raccontandone altre.

E pure un invito a voler conoscere qualcosa in più sui luoghi oscuri storia del nostro miserando paese. Mi spiego meglio: forse leggere della “mia” Piazza Fontana incuriosirà il lettore a tal punto da fargli venire voglia di andarsi a leggere un libro serio sul 12 dicembre ’69, come quello di Giorgio Boatti.


De Cataldo una volta mi ha detto, a proposito del rapporto tra Storia e narrazione, e di Romanzo Criminale, di “un tentativo, non nuovo e non originale (penso a Balzac, Flaubert, Tolstoi, Dickens, sino a Ellroy), di de-costruire la propaganda e ri-costruirla in chiave metaforica. La Storia è una grande miniera di conoscenze: soprattutto, a studiarla bene, ti svela tanti “trucchi” utilissimi ai fini drammaturgici.” Che ne pensi?

 

SS: De Cataldo è maestro di saggezza: riesce a spiegare concetti “alti” in un linguaggio piano. Credo che abbia ragione: la storia insegna parecchio a chi fa il nostro mestiere. La storia sorprende, spiazza, regala idee straordinarie e terribili.

Quando compresi per la prima volta che cosa fosse Gladio, pensai: “Mamma mia, un esercito clandestino attivo sul suolo italiano e finanziato con soldi statunitensi… perfetto per un romanzo di spie!”

Constatazione crudele e illuminante.Questo è il genere di suggerimenti che può portare lo studio della storia.

 

Che tipo di scrittore vorresti essere, senza pretendere di insegnare nulla a nessuno, naturalmente?

 

SS: Il genere di scrittore che la gente (più gente possibile) legge volentieri.

 

In generale, quale è la percezione che hai di questo nostro paese (mi viene da citare Battiato: “povera patria, schiacciata dagli abusi di potere”), e la distanza che avverte tra la sua classe dirigente (che potremmo definire anche “digerente”) dalla sua vita reale?

 

SS: Il nostro è un paese che non sta bene e che continua a farsi del male, seguitando a rieleggere un presidente del consiglio totalmente inadeguato a farlo uscire dalla crisi (la crisi che dura dai tempi di  Tangentopoli, non quella economica globale di questi giorni). Grazie a Dio esiste una solida alternativa al berlusconismo. Speriamo che gli elettori se ne accorgano la prossima volta che gli toccherà andare alle urne.

 

Dal 1989 ad oggi è crollato di tutto (fino alla cronaca di questi giorni) e ci si sente spaesati, ma credo che nessuno voglia fare il profeta della fine del mondo. Forse il mondo cambierà grazie a un giovane nuovo presidente che qualcuno si ostina a definire abbronzato. Quale è la “nostra parte”, quale è il ruolo degli autori nel cercare di migliorare il mondo?guccini

 

SS:  Resistere, resistere, resistere”, l’ha detto Guccini (a Prodi. In realtà, prima di lui, l’aveva detto Borrelli. Ma preferisco la versione di Guccini). La scrittura è resistenza. Occorre continuare a narrare. Narrare per sopravvivere alla notte, come Sharāzād.

 

Chiacchierando di NIE, e di rischi di elitarismo su Anobii mi dicevi “Credo che ci sia un duplice problema di comunicazione: in primis noi, per il momento, non siamo in grado di parlare allo spettatore dell'isola (dei famosi, ndr) in una lingua comprensibile, intrigante e interessante. Indipendentemente da quello che abbiamo da dire. In secundis, quello che abbiamo da dire viene diffuso col mezzo più desueto ed elitario del paese, il libro. E anche con questo tocca farci i conti.” Che dobbiamo fare per essere più pop, nel vero senso del termine?

 

SS: Dobbiamo far sì che le nostre storie raggiungano il maggior numero di persone possibile. Il che, in soldoni,  vorrebbe dire scrivere per la TV generalista (il satellite, per il momento, è un’altra nicchia). Il problema è la fattibilità: è molto difficile portare in TV storie come le nostre. Sussiste un certo ostruzionismo da parte dell’establishment, puoi ben immaginare perché.

 

Rimanendo in tema NIE: l’Apocalisse ed “il mondo senza di noi”. Quando avevo vent’anni io, “Il mondo alla fine del mondo” era un bel libro di Sepulveda che faceva venir voglia di visitare la Terra del Fuoco. Ora, dopo aver raccontato tante volte la fine, cosa deve fare la nuove generazione di scrittori. Dov’è il nuovo inizio? Cosa c’è dopo?

 

SS: La risposta a questa domanda è piuttosto articolata e non vorrei rubare ulteriore spazio.

Ti rimando al mio microsaggio su NIE ed apocalisse apparso qualche giorno fa su Carmilla. 

Nell’ultima parte del paper si parla proprio della questione che tu poni.

 

Come lavori quando scrivi un romanzo?

 

SS: Assiduamente, direi. In genere dedico molto tempo alla raccolta dei materiali storici. E mentre li leggo mi faccio un’idea di massima della trama. Segue poi una fase molto meticolosa in cui stilo un’ordinata scaletta del romanzo. In questa fase sono maniacale, definisco ogni singola scena e appunto i materiali storici utili per la costruzione di quella scena. Dopo, e solo dopo, inizio a scrivere.

Una scena al giorno, quando sono particolarmente ispirato due. Mai di più.

È un lavoro lungo.


Tu sei uno scrittore giovane e di talento, e stai emergendo con forza. Immagina di parlare a un giovane scrittore che si affaccia al mondo dell’editoria, condividendo quel  “tratto comune” di cui si dice nel saggio NIE: cosa gli diresti? L’Italia è piena di aspiranti scrittori, ma sembra molto meno piena di aspiranti lettori. Come la vedi e perché oggi uno (come me ad esempio), dovrebbe sognare di diventare scrittore?

 

SS: Di solito capita di immaginarsi scrittori perché si è lettori voraci. Senza questo prerequisito, mi sentirei di sconsigliare vivamente l’aspirante autore.

Occorre leggere, leggere, leggere. Fino a farsi sanguinare gli occhi.

A quel punto, forse, si è autorizzati a scrivere.

Tenendo sempre presente che, quando si è davanti alla tastiera, non si è del tutto liberi.

Non crediate di scrivere quello che volete.

Scriverete solo ciò che vi piacerebbe leggere.

E non sempre ci riuscirete.

 

Loriano (Macchiavelli) dice: “All’aspirante giovane (e anche vecchio, perché no?) scrittore consiglio di svegliarsi dal sogno. Il mestiere dello scrivere, per come lo vedo io, prevede un contatto con la realtà. Altro che sogno!”Che ne dici?

 

SS: Io ho un approccio del tutto laico al lavoro del narratore. Dunque sto con mastro Loriano: scrifocaultvere è un mestiere, un mestiere con dignità pari a tanti altri, da fare nel mondo reale. Fatelo, se ve la sentite, con lo stesso spirito con cui andreste in fabbrica, in ufficio, a scuola, in negozio o in qualsiasi altro luogo in cui vi sia familiare immaginarvi al lavoro. Fatelo con passione e dedizione. Ma vi prego con tutto il cuore: non sentitevi mai investiti da un incarico di natura superiore solo perché scrivete.

 

Un autore che ami, e un suo libro. E perché. Uno solo però.

 

SS: Umberto Eco, IL PENDOLO DI FOUCAULT. È il libro della mia vita. Perché mi ha insegnato che la Storia serve a raccontare storie.

 

La musica che ascolti?

 

SS: Non sono un grande musicofilo. Per il semplice fatto che non ci sono molti momenti durante la giornata in cui la musica è la benvenuta: se sono a scuola, gioco-forza, l’ipod è bandito. Se sono a casa, scrivo. E siccome se ascolto musica non riesco a concentrarmi, anche lì le note le chiudo fuori dalla porta dello studio.

Rimangono i lunghi tragitti in macchina. Quando sono in giro per lo Stivale, ascolto volentieri i Rancid, i Dropkick Murphies, gli Offspring e i Green Day. Sì, lo so, ho i gusti di un quindicenne californiano.

 

Come ti sei avvicinato al mondo della scrittura? Quale è la prima cosa csarasso_demichelishe hai scritto e hai fatto leggere a qualcuno con l’idea di “pubblicare” e cosa ti hanno detto? Quando hai capito che potevi fare lo scrittore in senso professionale?

 

SS: Come ti ho raccontato prima, non nasco scrittore. Ci divento, per caso. Non ho mai scritto di mia spontanea volontà, l’ho sempre fatto perché spronato da un editore. Quasi “su commissione” si potrebbe dire.

Turkemar, il mio primo racconto (diventato poi romanzo breve) l’ho messo nero su bianco perché Fernando Quatraro, l’editor in chief della Effequ, si convinse (da uno scambio di mail) che avevo una bella penna ed era in cerca di un racconto per la raccolta Il sapore del fumo.

CONFINE DI STATO è nato sempre grazie a Fernando. Grazie alla sua insistenza, alla sua tenacia e alla sua pazienzasarasso 2 nell’insegnarmi il mestiere.

Mi sono reso conto di poter fare lo scrittore professionista quando CDS è stato acquisito da Marsilio.

Nel momento in cui ho iniziato a lavorare per una major ho imparato a professionalizzare il mio approccio alla pagina scritta, a perfezionare i meccanismi narrativi, a raffinare i dialoghi, a migliore le scene.Anche qui ho avuto un ottimo maestro: Jacopo De Michelis, l’editor che tutti mi invidiano.

 

Hai dei sogni, e quali?

 

SS:  I cinesi dicono che un uomo, per essere veramente realizzato, prima della fine dei suoi giorni deve scrivere un libro, piantare un albero e fare un figlio. Il libro l’ho scritto. Sogno di occuparmi del resto quanto prima.

 

Grazie!

postato da: sergiopaoli alle ore 10:33 | Permalink | commenti
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categoria:libri, interviste, sarasso, confine di stato