lunedì, 21 luglio 2008

Ho avuto la possibilità di fare due chiacchere con Giancarlo de Cataldo, magistrato ma soprattutto scrittore, traduttore, autore di testi teatrali e sceneggiature televisive, ha pubblicato come autore diversi libri, per lo più diromanzo criminale genere giallo. Collabora con «La Gazzetta del Mezzogiorno», «Il Messaggero», «Il Nuovo», «Paese Sera» e «Hot!». Il suo libro più significativo è Romanzo criminale (2002), dal quale è stato tratto un film, diretto da Michele Placido. Nel giugno del 2007 è uscito nelle librerie Nelle mani giuste, ideale seguito di Romanzo criminale, ambientato negli anni '90, dal periodo delle stragi del '93, a Mani Pulite e alla fine della cosiddetta Prima Repubblica. I due libri hanno alcuni personaggi in comune come il Commissario Nicola Scialoja e l'amante, ex prostituta, Patrizia.

Grazie Giancarlo per la tua disponibilità!

Inizio con una cosa che scritto Piero Colaprico, il 19 giugno, nella sua rubrica di lettere su Repubblica Milano. “I criminali ci sono, altrochè. E abbiamo diritto di essere sicuri nelle nostre strade e nelle nostre case. Ci mancherebbe. Ma, batti e ribatti, vi stanno facendo credere che ci vuole l’esercito per porre fine alla violenza. Vi rendono insicuri e, al tempo stesso eroici. A tavola parlate della paura, è successo questo e quest’altro, ma voi anche oggi ce l’avete fatta: siete tornati a casa sani e salvi. Qualcuno dice grazie a Dio, qualcuno grazie al governo. Vi stanno imbrogliando. Creano un falso bisogno e lo “curano” con un altro inganno: giro di vite contro i poveracci e, nello stesso tempo, meno intercettazioni telefoniche. Più soldati e agenti, ma con le armi più spuntate. E’ nata la “politica della paura” e noi ci siamo dentro. Ci rendono vigliacchi per renderci più malleabili.”
Naturalmente, se vuoi, puoi commentare anche su questioni d’attualità. La mia domanda però è, posto che mi riconosco in questa analisi, come possono coloro che raccontano storie e le scrivono, aiutare questo disgraziato paese ad uscire da questa fase orribile, e come? Hanno un ruolo in questo, oppure no?

GDC: Gli autori raccontano storie, e possono anche assumere posizioni, diciamo così, politiche. Basta che non si lascino prendere la mano, scivolando nel comizio. Non è nostro mestiere, e quando ci avventuriamo su quella strada, facciamo danni. Ciò detto, è sotto gli occhi di tutti che mentre la propaganda ci esorta a vivere nella paura, tutta la recente storia del cosiddetto noir italiano pullula di scritti che si sforzano di spiegare i meccanismi della paura per contribuire a vincerla. Più chiaro di così...

“Bisogna saper guardare, bisogna addentrarsi nel buio e scavare nelle gallerie segrete del nostro paese per comprendere se la sua vita reale coincide con la percezione che noi ne abbiamo”, scrivi nella nota introduttiva a Crimini Italiani. Come si esplicita questo, nelle storie che scrivi, e in generale nel tuo lavoro? E quale è la percezione che hai di questo nostro paese (mi viene da citare Battiato: “povera patria, schiacciata dagli abusi di potere”), e la distanza che avverte dalla sua vita reale?

GDC: Non sono il solo ad avvertire una preoccupante distanza fra l’Italia che scopriamo giorno dopo giorno, anche attraverso la rappresentazione che ne diamo noi stessi, e il nostro “sogno” di un Paese diverso, migliore, meno gretto, servile, meschino. Questo, però, è solo uno dei dislivelli di percezione. Ce n’è un altro, anche questo acutamente percepito da noi, ed è quello che separa il paese della propaganda dal paese che in molti si sforzano di costruire, magari modestamente, tenacemente, e senza troppi clamori. Un paese sicuramente migliore di come ci appare, ma insopportabilmente silenzioso, appartato. Un paese che sta già da un’altra parte. Dove scopri, statistiche alla mano, che i nostri lavoratori, pubblici e privati, volgarmente detti “fannulloni”, sono i meno pagati e i più produttivi d’Europa. Che i nostri ragazzi, detti sprezzantemente “bamboccioni”, sono fra i più creativi e vitali del mondo (e fra i meno depressi, che non guasta). Più che l’abuso di potere, è l’abuso di propaganda che ci sta profondamente sconvolgendo. 

crimini italianiCi puoi descrivere come funziona il lavoro del curatore di una antologia come Crimini Italiani? Sei soddisfatto del risultato che esce in libreria in questi giorni?

GDC: Sono soddisfattissimo del risultato, per certi versi credo che questa antologia sia superiore alla precedente, o comunque non sfigura nel confronto. Si è ormai creata una comunità di scrittori, lo scambio delle informazioni e dei progetti è costante, così la collaborazione al miglioramento dei testi... è un progetto di squadra. Come “segretario di redazione”, io mi riservo il privilegio di contattare personalmente gli autori e di suggerire un tema esclusivamente geografico, senza entrare nel merito della storia che vogliono raccontare. Poiché la precedente “Crimini” copriva alcune realtà italiane, questa nuova antologia completa il giro d’Italia criminale riempiendo i buchi... a Giorgio Faletti ho chiesto di scrivere una storia ad Asti, a Lucarelli, che è molto bravo e veloce, sono state assegnate ben tre regioni, io sono andato a Courmayeur anche per omaggio al Noir in Festival che lì si svolge ogni anno... poi, alla fine, ci si accorge che, senza esserselo detto prima, affiorano temi comuni, sensibilità comuni, inquietudini comuni. Affiora, in altri termini, lo spirito del tempo. 

Loredana Lipperini scrive, commentando Crimini Italiani  “un evento, per spaventoso che sia, conserva traccia solo nella manciata di giorni in cui la notizia scivola dalle prime pagine dei giornali a quelle interne, per poi diventare trafiletto, ed infine svanire”. Quel è il tuo modo, o percorso, di rielaborare eventi, per non farli dimenticare, per lasciare una traccia nella coscienza del lettore?

GDC: Non credo che esista un “mio” modo. Scrivere significa porre sotto metafora letteraria un fatto, un evento, caratteri e situazioni. E’ già nell’atto di scrivere la “mitizzazione”, che è, a sua volta, per definizione, senza tempo. La “nera” passa, il “noir” resta, per dirla con una battuta.

nelle mani giusteRomanzo criminale e Nelle mani giuste “sono romanzi della ‘zona grigia’, quella dove le scelte di campo non sono facili.” (cito Wu Ming 1).  Ti ritrovi in questo commento, e perchè?

GDC: Perfettamente. Aggiungo che l’ansia di esplorare la zona grigia accomuna molteplici esperienze narrative in paesi diversissimi fra loro, la Svezia come l’Algeria, la Francia come l’India. E’ qualcosa che ha che vedere con la nostra fame di democrazia e con i limiti paurosi che la democrazia nel concreto sta palesando dopo lo schock dell’11 settembre.

Parlando di Romanzo Criminale hai scritto: “Il compito del narratore è di tradire la storia (che sarebbe bella cosa, diceva Tolstoi, se solo fosse vera) piegandola alle esigenze del Mito. Estrarre dai nudi fatti una linea metaforica e mitologica e puntare al cuore di una falsa storia: per ciò stesso più vera, e comunque più convincente, di quella 'ufficiale'.” Stiamo parlando di realtà e fantasia come endiadi, come elementi entrambi necessari per costruire una storia più convincente, più persuasiva delle stessa realtà?

GDC: Stiamo parlando di un tentativo, non nuovo e non originale (penso a Balzac, Flaubert, Tolstoi, Dickens, sino a Ellroy), di de-costruire la propaganda e ri-costruirla in chiave metaforica. La Storia è una grande miniera di conoscenze: soprattutto, a studiarla bene, ti svela tanti “trucchi” utilissimi ai fini drammaturgici. 

Si è parlato molto, nelle scorse settimane, di Nuova Epica Italiana, in tante sedi. Questi noir, o gialli, inseriti nell’antologia Crimini Italiani, vi rientrano? Hanno, e come, la capacità di raccontare la realtà, con la scusa di parlare d’altro? E c’è, veramente, in Italia, al di là dei nomi più famosi (quelli della raccolta e altri), un movimento di scrittori che va in questa direzione?

GDC: Sì, c’è un movimento spontaneo che ora comincia a prendere coscienza della propria stessa esistenza (e forza). Ma siccome siamo in un paese bigotto e dominato da un’oligarchia letteraria piuttosto tradizionalista, e decisamente misoneista, dobbiamo dirlo sottovoce: sennò qualcuno si offende. Anche nel ritrovarsi inserito, contro la sua volontà, in un elenco di “buoni”. Pazienza. Vuol dire che andremo avanti coi Wu Ming e con qualche altro compagno di strada.

Quale è la differenza tra raccontare e riferire?

GDC: La metafora, credo di averlo ripetuto più volte. 

come dio comandaCito ancora De Cataldo: “un tratto comune fra gli autori da te citati (Wu Ming, Carlotto) e i non pochi altri (dal mostro sacro Camilleri, al precursore Loriano Macchiavelli, a Simi, Dazieri, Di Cara, Narciso, Degli Antoni, Bernardi, Leonardo Gori, Lucarelli, al superbo Ammaniti e mi scuso per le omissioni dovute allo spazio tiranno) che ci sono compagni lungo questa strada è un sacro rispetto del lettore: non scriveremmo mai una cosa che, da lettori, ci annoierebbe. Ciò ci impone di scrivere dei temi che noi per primi sentiamo come i più avvincenti. Ne deriva, giocoforza, una costante attenzione all'Italia com'è oggi, alle sue mutazioni, e, paradossalmente ma non tanto, una ricorrente ossessione per la 'memoria storica' nel senso che dicevo prima: non come nudo elenco di fatti, ma come Mito che quei fatti consegna a una visione unificatrice. In definitiva, non scriviamo per noi stessi, ma per essere letti possibilmente dal maggior numero possibile di lettori. E ne siamo orgogliosi.” E’ una visione estremamente affascinante del lavoro di scrittore. Vorrei che parlassi ancora della “visione unificatrice dei fatti” e che poi immaginassi di parlare a un giovane scrittore che si affaccia al mondo dell’editoria, condividendo questo “tratto comune”: cosa gli diresti?

giordanoGDC: Direi che a un giovane scrittore si deve chiedere di non svendere la propria “personalità”. Prendete a esempio il Giordano della “Solitudine dei numeri primi”, o il primo Ammaniti, tanto per non far nomi. Non è necessario scrivere un grande romanzo storico per affermare una “visione unificatrice dei fatti”. D’altronde, diffidate di quelli che si scandalizzano della volontà di raggiungere il maggior numero possibile di lettori. Mentono, punto e basta.

Da un’altra tua intervista: “la scrittura non è altro che un’opzione mistica mascherata da attività tecnica.” Me la spieghi?

GDC: E’ un fatto personale, che però ho riscontrato incontrando altri scrittori e appassionati lettori. Voglio dire che esiste un momento in cui la razionalità del progetto (un romanzo, un articolo, una poesia) e tutte le “scalette” che hai preparato, tutto questo ti abbandona, e sei solo una specie di macchina che qualcun altro, dall’esterno, agisce. Mi capita di non ricordare una parola di quello che ho scritto in sedute forsennate di lavoro. Ma il lavoro è là. Qualcuno l’ha fatto, non so se rendo l’idea, cioé l’ho fatto io e non l’ho fatto io.

Come si fa a non scrivere cose pallose?

GDC: Boh! Bella domanda. Sai cosa diceva Somerset Maugham? Che esistono tre ingredienti che assicurano il successo di un’opera letteraria. Sfortunatamente, nessuno li ha ancora scoperti. D’altronde, una delle mie primi lettrici, donna di grandissima cultura, profetizzò che non avrei mai avuto fortuna come scrittore. “Ti manca quel vago sapore di muffa, diciamo pure quella noia che contraddistingue il grande autore”, disse. 

illusioni perduteDimmi un autore che ami, e un suo libro. E perchè.

GDC: Balzac, Le Illusioni Perdute. Perché era un ragazzo di provincia, come me, decisamente squilibrato, innamorato di amori impossibili, e profondissimo conoscitore dell’animo umano, tutte cose troppo nobili per me. Ma avevamo un altro punto in comune: nessuna paura di giocare con registri anomali, come il patetico, il grottesco, il noir.

Come trovi il tempo per far tutto quello che fai (magistrato, scrittore, curatore di antologie)?

GDC: Dormo poco e bene. 

Come ti sei avvicinato al mondo della scrittura? Quale è la prima cosa che hai scritto e hai fatto leggere a qualcuno con l’idea di “pubblicare” e cosa ti hanno detto? Quando hai capito che potevi fare lo scrittore in senso professionale?

GDC: La prima cosa che ho scritto? avevo otto anni, era un racconto d’avventura. La prima cosa pubblicata? La prima mandata a un editore. E’ stato lì che ho capito che non ero solo un illuso. Ma ci ho messo anni per trovare il coraggio di sottoporre il manoscritto a un vero editore. E dopo non è che siano tutte rose e fiori: il vero problema, credimi, non è l’opera prima. Il vero problema è la seconda.

Vorrei sapere se hai dei sogni, e quali.

GDC: L’altra notte ho sognato l’India. Sogno spesso animali. E avventure. Poi mi sforzo di ricordare, la mattina dopo, ma quasi sempre non ci riesco. Però le notti con sogni movimentati portano risvegli allegri e gentili.

Grazie!
postato da: sergiopaoli alle ore 09:26 | Permalink | commenti (2)
Commenti
#1   30 Luglio 2008 - 22:48
 
scopro un gioiello.. questa intervista è stupenda.. anzi a dire il vero scopro ora, realmente il tuo blog.. c'è anche l'intervista ad Adele marini...
grande
voglio leggere il tuo libro
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#2   31 Luglio 2008 - 09:27
 
grazie raffa! per il libro ti ho risposto privatamente.
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