Ecco qua il resoconto. Grazie, Federico, per la tua disponibilità (p.s. del 7 giugno: questa conversazione è citata qua da WM4, grazie).
SP: Io Stella del mattino, che dichiaro subito di aver apprezz
ato (così tutti sanno che sono parziale e fazioso, ed avrò la libertà di essere sincero, in questa intervista), la prenderei un po’ da lontano, come si fa con le cose belle, che si pregustano, prima di assaporarle.
Comincerei dal tuo socio Wu Ming 1 e da quello che mi ha detto sulla scrittura collettiva: “E' stata la scrittura collettiva a scegliere me.” Vale anche per te, e cosa significa?
SP: Come e quando ti si è “accesa la lampadina” per decidere di scrivere Stella del mattino e di farne un romanzo solista?
WM4: Tutto è cominciato dalla lettura de I Sette Pilastri della Saggezza di T.E. Lawrence. La sua vicenda non era solo molto affascinante, ma soprattutto mi sembrava collocarsi su un crinale perfetto, quello tra storia e mitopoiesi. In sostanza mi sono accorto che nella figura di Lawrence d'Arabia riverberavano alcuni leit motiv narrativi del collettivo Wu Ming, quasi che il nostro percorso dovesse portarci naturalmente ad approdare al suo simulacro. Soprattutto quella di Lawrence era una grandiosa avventura, ammantata di anti-eroismo, antica e moderna allo stesso tempo, ottima da raccontare. La decisione di fare incrociare la sua vicenda con quella di altri scrittori coevi è nata dal fatto che volevo introdurre una pluralità di punti di vista sui miti, sulle narrazioni, e sulla figura dell'eroe epico, ma anche dall'essermi imbattuto in straordinarie personalità, come quelle di Graves, Tolkien e Lewis. Con Lawrence formavano un quartetto di personaggi drammatici perfetti. Tuttavia non potevo proporre all'intero collettivo di seguirmi lungo un sentiero di letture e di indagine che coinvolgeva soprattutto il sottoscritto. Quindi ho deciso di procedere da solo.
WM4: Le tre immagini che individui sono giuste e forse solo la loro intersezione può restituirci in parte quella reale, storica, di T.E. Lawrence. Tuttavia la cosa affascinante resta proprio la sua fuggevolezza, l'impossibilità di cogliere fino in fondo la sua essenza. Io infatti non ci ho nemmeno provato, ma ho giocato appunto sui tanti Lawrence che coesistevano nella stessa persona e nelle visioni che gli altri avevano di lui. Ancora oggi non esiste un vero e proprio accordo sulla sua figura, gli storici e i biografi continuano a dibattere e litigare. Lawrence è riuscito a essere allo stesso tempo un personaggio fuori dal proprio tempo - che era quello della prima grande guerra contemporanea, tecnologica, di massa, antieroica per antonomasia, - e la prima pop star della nostra epoca, quindi totalmente figlia del Novecento. Era una spia che ha voluto leggere la propria avventura come un'impresa epica. E' questa liminarità a rendere la sua immagine irrisolvibile, perennemente enigmatica. A questo si aggiunge il piano intimo, privato, patologico, che rende ancora più intricato l'arcano della sua personalità e riporta a un altro canone letterario, quello dell'eroe maledetto. Si può dire che ogni biografia di Lawrence è una specie di romanzo storico sul suo conto, perché è un tentativo di risolvere la contraddizione tra intenzione e realtà, tra narrazione e fatti.
WM4: Rappresentano tre approcci diversi ai miti e alla figura dell'eroe incarnato. Graves forza il proprio stesso scetticismo per approdare a una visione eroica di Lawrence, mitopoietica, nella misura in cui ritiene che i miti e le figure epiche possano essere rideclinate nel presente, diventando fonti d'ispirazione per l'agire qui e ora, pur nella consapevolezza dei tempi nuovi e dell'ineludibilità della coscienza moderna.
Il giovane Lewis pre-conversione, al contrario ha un approccio positivista, frazeriano, stigmatizzante. Per lui i miti sono favole antiche, coniate in epoche primitive per spiegare il mondo agli occhi infantili dei popoli. In Lawrence vede solo il truffatore, il commediante, l'agente dell'imperialismo che si autovittimizza solo per essere assolto e collocarsi nel novero dei traditi.
Tolkien ha uno sguardo più distaccato degli altri due e forse più lucido. Nel suo lungo meditare sulla figura dell'eroe salvatore riesce a coglierne l'ambiguità di fondo, il doppio volto che sta alla base del doppiogioco e che trascende anche la storia contingente. Alla fine capirà che i suoi eroi (o antieroi) sono altri, molto più minuti e anonimi.
Considero interessante quello che hai detto sui personaggi e ti chiedo di spiegare meglio questa necessità di essere intransigenti, più che pignoli.
WM4: La pignoleria è un'attitudine che contraddistingue il nostro lavoro. A volte sconfiniamo nella maniacalità, soprattutto quando si tratta di “blindare” una trama, o di fare editing sulle prime stesure. Di sicuro dovendo scrivere a più mani siamo costretti a discutere a lungo sulle caratteristiche dei personaggi
per poterli padroneggiare e sentire allo stesso modo. Scrivendo Stella del mattino mi sono accorto che questo enorme lavoro non è ancora sufficiente. Bisogna riuscire a entrare ancora di più nella testa e nell'anima dei personaggi e amalgamarne l'essenza con la storia che si vuole raccontare. Con Manituana abbiamo fatto un grande sforzo in questo senso, ma non è ancora abbastanza, perché in quel romanzo ci sono troppi personaggi di pari dignità che sgomitano per contendersi il ruolo di protagonisti, e questo ha disperso un po' il focus narrativo e le nostre stesse energie. Inoltre in quel caso abbiamo impiegato troppo tempo a capire cosa davvero volevamo scrivere e come volevamo scriverlo, e se alla fine le idee si sono chiarite, guarda caso è stato proprio grazie a una disamina attenta e pignola delle personalità principali e dei loro rispettivi ruoli. Si può fare meglio. Si deve fare meglio. L'intransigenza a cui faccio riferimento è proprio questa: il plot deve prodursi a partire da un'interazione sempre più stretta tra storia e soggetto, senza alcun automatismo, trucco, arzigogolo, escamotage. Insomma, va rafforzata la ratio interna al romanzo che si vuole scrivere. SP: “Niente trucchi”, come diceva Carver, quindi?
SP: Come avviene quindi la costruzione di un personaggio nei tuoi romanzi? In che modo si arriva alla magia di far loro prendere vita? Come si costruisce una personalità (partendo dal presupposto che ci può essere qualcosa di autobiografico, credo, ma non tutto, non sempre e non ovunque)?
WM4: Si tratta di indagare a fondo la personalità che intendi mettere sulla pagina. Non importa quanto spazio dedicherai a un personaggio, nella tua mente devi avere chiaro come il sole chi è, qual è o quale può essere la sua parabola in relazione a quelle degli altri. Per tracciare la parabola devi sapere quali pulsioni lo muovono, tenendo conto che il 90% delle nostre azioni ha moventi irrazionali, inconsci, ma non per questo inconoscibili. Gli elementi auto
biografici possono essere d'aiuto, ma non sono sufficienti. Nella nostra esperienza è molto utile ragionare sugli archetipi narrativi, psicologici, mitici, che stanno alla radice dell'immaginario collettivo. Per fare un esempio, una lettura chiave per la stesura di Manituana è stata La Dea Bianca di Robert Graves, una disamina creativa della sopravvivenza dell'elemento femminile nelle mitologie occidentali dopo l'affermazione del patriarcato. I personaggi femminili del nostro romanzo devono moltissimo a quel libro (e non è un caso che Graves sia poi diventato un personaggio di Stella del mattino). Così come del resto le figure "eroiche" maschili dei nostri romanzi si articolano a partire da un altro testo fondamentale degli studi mitologici come L'eroe dai mille volti di Joseph Campbell. SP: In generale, quale è la magia che rende “persuasiva” un’opera di finzione come un romanzo?
SP: Sjöwall e Wahlöö, nella introduzione de L’autopompa fantasma,
recentemente pubblicato in Italia, dicono: “Nel romanzo tradizionale i personaggi trovano le ragioni del loro comportamento in un certo senso in loro stessi, indipendentemente da chi li circonda. Nel romanzo poliziesco le motivazioni di chi agisce sono sempre in relazione con le altre persone”. Non voglio discutere del poliziesco vs il romanzo tradizionale (anche perchè i due autori dicevano queste cose nel 1967) ma cercare di capire con te se questa cosa, passando attraverso l’esplosione della letteratura di genere, sia poi entrata a pieno diritto nel romanzo contemporaneo oppure no. Se debba starci e sia attuale oppure no. I due svedesi dichiaravano di voler “analizzare la società contemporanea” attraverso i romanzi con protagonista il detective Beck.
Detto questo, il collettivo Wu Ming non scrive per analizzare la società contemporanea, non ha un'attitudine autoptica o un intento di denuncia. Noi raccontiamo storie che raccontano il mondo, il passato che ci insegue fino al presente e che ci riguarda tutti.
SP: Io non so nulla di postmoderno e simili, ma cito ancora Wu Ming 1 “...e fiducia nella parola, va aggiunto. Un'etica della parola. Un aspetto del quale molti autori hanno avuto paura, negli anni ruggenti (o squittenti) del postmoderno, durante i quali imperavano un'eccessiva giocosità, un sorridere forzato, una perenne ironia, un ostentato distacco. “ e poi da Stella del mattino “Le parole danno un significato alle cose. Usare un linguaggio è costruire un mondo. Credo sia questo il segreto…Come un giuramento o una formula magica…Come un atto d’amore. E’ scritto che in principio fu il Verbo”. Parlaci di questo e spiegaci come lavori con le parole, sulle parole, sulla scelta delle parole.
La scrittura del collettivo di cui faccio parte si basa su una scelta meticolosa dei termini. Oltre alle varie accezioni che una parola può avere, stiamo attenti a tracciare il raggio del suo riverbero. Ogni parola determina un campo di forza a seconda di dove viene utilizzata all'interno della frase, del periodo, della pagina. Bisogna riuscire a mapparlo per capire qual è la collocazione più efficace. Questo si riesce a fare soprattutto con la lettura a voce. Una pratica acquisita nel collettivo Wu Ming è proprio quella di leggere a voce i romanzi che scriviamo. E' incredibile come le cose suonino diversamente rispetto alla semplice lettura mentale: i campi di forza delle parole, il loro riverbero, risulta immediatamente più netto. Non hai idea di quante volte ci è capitato di riformulare la stessa frase, finché non abbiamo trovato la soluzione che ci convinceva davvero. Del resto, se non la troviamo, semplicemente eliminiamo la frase. Questo fa parte della pignoleria di cui sopra.
SP: Credo di capire, almeno in parte. Non scherzo se ti dico che dovreste fare qualcosa che permetta ai giovani scrittori di assistere a qualcuna delle vostre sessioni di lettura, o anche di “tormenta de cerebros” (non so, un concorso, o roba simile): insegnerebbe forse più che molti manuali o corsi di scrittura creativa.
occasione dell'uscita di Manituana. Sul sito dedicato al romanzo (www.manituana.com) abbiamo messo a disposizione una serie di materiali utilizzati per scrivere il libro, le registrazioni audio di alcune nostre riunioni, i capitoli scartati in sede di editing, perfino certi nostri scambi di e-mail particolarmente significativi. Noi non crediamo alle scuole di scrittura creativa, restiamo legati al buon vecchio slogan punk "Do it yourself". In quei contesti ci sono sempre uno o più autori che appunto esercitano l'autorità autoriale, una cosa che a noi non interessa. Costoro pretendono di insegnare la creatività, come si trattasse di un bagaglio di conoscenze da acquisire. Ma la creatività invece si sviluppa e si esercita per contrasto verso l'autorità. E infatti sapresti dirmi il nome di un noto scrittore/scrittrice uscito da queste presunte fucine di giovani talenti? A me non ne viene in mente neanche uno. SP: Io sono perplesso ancora a monte, sul mettere l’aggettivo “creativa” vicino a scrittura. Perchè non si parla allora di pittura creativa, scultura creativa, musica creativa? Perchè la differenza tra un ottimo imbianchino e Picasso (per dire, visto che usano gli stessi strumenti di base) è chiara a tutti, e non c’è bisogno di caratterizzarla. Neanche io credo alle fucine di giovani talenti. Magari qualcuno ne uscirà anche, ma sarebbe uscito comunque, senza la scuola, e forse meglio. Mi interessa quello che dici sulla creatività: chi non si ribella all’autorità quindi non sarà mai creativo?
WM4: Gli scarti, le innovazioni, le nuove vie, si determinano a partire dall'attrito con il dato, con lo status quo, con i padri o i fratelli maggiori. A volte poi quell'attrito sprigiona scintille che incendiano intere praterie. Questo non significa che non bisogna studiare, conoscere, documentarsi, cimentarsi artigianalmente con il fare le cose e confrontarsi con chi ci ha preceduti. Non significa nemmeno che non si possano avere dei modelli, anzi, è una condizione di partenza per intraprendere qualsiasi percorso. Sono l'attitudine, il movente concreto, la rabbia, la voglia di cambiare e non di emulare, compiacere, ricevere pacche sulle spalle dai padri putativi, che fanno la differenza.
SP: Stella del mattino è un libro a dimensione popolare? La dimensione popolare cui, come collettivo vi richiamate, mi fa venire in mente cose alla portata di tutti. Invece, per me, lettore medio ma pur sempre laureato e appassionato di scrittura, i vostri sembrano libri impegnativi, complessi, che richiedono una lettura slow. Tutto il contrario del fast&easy cui si associa, forse a torto, la dimensione popolare oggi.
WM4: Stella del mattino è un romanzo indubbiamente colto. Ma del resto anche i nostri romanzi collettivi lo sono. Tuttavia i canoni di riferimento, gli schemi narrativi, le ambientazioni che scegliamo, hanno sempre come base stilemi della letteratura di genere, d'avventura, che è quella più popolare. Il fatto che i nostri siano libri impegnativi e complessi può significare che non raggiungiamo i volumi di vendita di Moccia o di Dan Brown, eppure non siamo nemmeno autori di nicchia o che non hanno seguito. Il fatto stesso che dopo dieci anni siamo ancora qui significa qualcosa. E cioè che la nostra scommessa è ancora in piedi: provare a coniugare storie complesse e leggibilità, narrazioni di ampio respiro e affabulazione per un numero non piccolo di persone a cui piaccia leggere. Non sta scritto da nessuna parte che ciò che è pop debba per forza essere facile. Certo è più semplice inseguire il gusto del pubblico che provare a innalzarlo, come del resto è più semplice compiacere i bassi istinti dell'elettorato che fare politica. Ma è appunto questa la nostra sfida, anche se ci rendiamo conto di quanto sia in controtendenza rispetto all'andazzo del Paese.
SP: Condivido la vostra sfida. Mi vengono due domande qua.
La prima: non si corre il rischio di sembrare professori, maestri o educatori, invece che semplici scrittori, in questo caso? E, se sì, come evitarlo, pur mantenendo inalterata la passione della sfida e la strada che avete scelto?
SP: A proposito di fumetti, tu ne leggi per diletto? E se sì, quali?
SP: La seconda, collegata anche al discorso sulle parole che si faceva prima: nell’andazzo del Paese, parole come “radici”, “identità” e “sicurezza” (parole rispettabili, e anche belle, volendo) stanno assumendo un significato distorto e fascista; mascherano altre parole, che però i campioni della Patria non amano pronunciare: paura del diverso, chiusura, xenofobia. Quali parole si possono opporre a queste, secondo te, per cercare di contrastare questa deriva? Io penso spesso a “memoria”, come memoria della Nostra storia di migranti, o della Resistenza e liberazione dal nazifascismo.
Tornare alle storie, allora, non è cosa da poco, perché sono le narrazioni a formare la nostra coscienza, quello che ci viene raccontato da bambini e poi in età adulta, sotto forma di rappresentazione del mondo. Perché le storie altro non sono che strumenti per leggere la realtà, per attraversarla insieme sentendosi meno soli.
WM4: Bé, questa è una domanda da porre a un mitologo o a un sociologo. Io parto da una constatazione: la narrazione imperante in questi anni è quella dello scontro di civiltà. Noi contro di loro. Nord/Ovest contro Sud/Est. E' un racconto molto forte, estremamente semplice, diretto, che attinge al cuore della tradizione biblica, al mito apocalittico. In Occidente blateriamo tanto del fanatismo altrui proprio per nascondere il fatto che ci appiattiamo su una rappresentazione della storia altrettanto arcaica e fondamentalista. Per questo servono delle visioni diverse, altre storie. Vicende collettive e parabole personali non pacificate e non pacificanti, che mettano in crisi il manicheismo, le dicotomie, e riportino a galla contraddizioni, traumi, crimini fondativi; ma anche esperimenti di lotta e di convivenza, comunità aperte, ibridazioni, meticciati, ipotesi alternative al corso degli eventi, "what if" potenziali o storicamente dati. La storia remota e recente ne è piena, basta andare a cercare.
SP: Pavese ha scritto “...al posto del morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione.”
In Stella del mattino uno dei temi che affiorano più spesso è la guerra, ed il suo orrore. Sia nel suo svolgersi, che nei suoi effetti sulle vite dei sopravvissuti. Sappiamo che la guerra, in realtà, proprio per gli interessi economici che muove, non finisce mai. I produttori d’armi fanno sempre buoni affari. C’è in qualche modo una speranza che questo cambi, oppure dobbiamo rassegnarci a dire “finchè c’è guerra c’è speranza”, ricordando quel (bel) film in cui Alberto Sordi la faceva da protagonista?
WM4: Rassegnarsi o coltivare la speranza sono scelte che a mio avviso hanno a che fare con quello che ci capita e con quello che ci aspettiamo dalla vita. Ci si può ritrovare a cullare l'idea dell'inutilità dei gesti e quindi delle nostre stesse esistenze, oppure al contrario a credere che ogni gesto abbia importanza e valutarne gli effetti. Ci si può guardare intorno in cagnesco oppure si possono puntare gli occhi sull'orizzonte e provare a tracciare una rotta collettiva. Lo stato di guerra è una costante della storia, proprio come lo sono gli esperimenti di convivenza, dipende su quali momenti si mette l'accento.
SP: Tante scelte individuali possono diventare un fatto collettivo. La gente decide di scommettere su una scelta piuttosto che su un’altra anche in funzione di quello che vede, sente o legge. Spesso le scelte, ahimè, sono casuali e dipendono anche da una buona o una cattiva digestione.
Credo che ogni scrittore che voglia sentirsi tale si debba porre la questione (tra il cagnesco e l’orizzonte). Non perchè abbia semp
re una influenza immediata e decisiva, ma perchè comunque sedimenta nell’animo del lettore, ne stratifica in qualche modo la coscienza. In particolare, dove è la speranza, nel tuo libro? E cosa vorresti che rimanesse, al lettore, una volta girata l’ultima pagina?
Per quanto riguarda invece le mie aspettative, sarei molto contento che chi volta l'ultima pagina si fosse goduto la lettura e ne serbasse un buon ricordo.


categoria:libri, interviste, stella del mattino, wu ming 4








