giovedì, 15 maggio 2008

Ho avuto il piacere di fare due chiacchere via mail con Wu Ming 1, Roberto Bui, componente della band di scrittura Wu Ming, in occasione della diffusione del saggio da lui scritto “New Italian Epic”.

“Wu-Ming" è un'espressione cinese, significa "senza nome" (無名) oppure "cinque nomi" (伍名), dipende da come si pronuncia la prima sillaba. Il nome della band è inteso sia come omaggio alla dissidenza ("Wu Ming" è una firma molto comune tra i cittadini cinesi che chiedono democrazia e libertà d'espressione) sia come rifiuto della macchina fabbrica-celebrità, sulla cui catena di montaggio l'autore diventa una star.

"Wu Ming" è anche un riferimento al terzo verso del Dàodéjīng (Tao Te Ching):  "Wu ming tian di zhi shi", "Senza nome è l'origine del cielo e della terra".

 

Wu Ming ha pubblicato: Q (1999) (romanzo pubblicato dagli autori con il nome Luther Blissett), Asce di guerra (2000) (romanzo realizzato insieme a Vitaliano Ravagli), 54 (2002) (romanzo),  Esta revolución no tiene rostro (2002) (raccolta di articoli, racconti e scritti vari in spagnolo), Giap! (2003) (raccolta di articoli, racconti e scritti vari),  Manituana (2007) (romanzo), Previsioni del tempo (2008) (novella).

 

I membri della band hanno scritto anche libri "solisti". Nell'ordine:  Havana Glam di Wu Ming 5 (2001), Guerra agli Umani di Wu Ming 2 (2004), New Thing di Wu Ming 1 (2004), Free Karma Food di Wu Ming 5 (2006), Stella del Mattino di Wu Ming 4 (2008).

 

La band è anche co-autrice della sceneggiatura di Lavorare con lentezza (regia di Guido Chiesa, 2004). Nel 2007 è anche uscita, a cura di Wu Ming 1, un'antologia di jazz radicale degli anni Sessanta, The Old New Thing (2 cd + libro).

 

Ho letto con molto interesse il saggio New Italian Epic, e vorrei iniziare parlandone un po’. Cominciamo dal “comune vibrare”, Nelle mani giuste di De Cataldo e il vostro Manituana, che ti ha condotto a parlare di “nuova narrazione epica italiana”. Di cosa si tratta?

nelle maniSpesso, anche se gli autori non si conoscono o comunque non si sono informati a vicenda, due libri scritti nello stesso periodo si somigliano o si richiamano, hanno tratti in comune.

Nelle mani giuste, in superficie, non somiglia per niente a Manituana.
Sono due libri diversissimi. Eppure la lettura comparata rivela molte affinità.
Per cominciare, entrambi i romanzi sono "eticamente sabbiosi". Sono romanzi della “zona grigia”, quella dove le scelte di campo non sono facili.
Poi, entrambi i romanzi hanno prologhi che culminano nell'adozione di un prigioniero di guerra.
Come accenno in “New Italian Epic”, entrambi i romanzi sono costruiti intorno al buco lasciato da due grandi boss, due fondatori di comunità. In Manituana c'è Sir William ovvero Warraghiyagey ("Conduce buoni affari"), ovvero "Il Vecchio", e poi c'è Hendrick, grande capo e facitore dell'alleanza con gli inglesi, che nel corso del romanzo è più volte menzionato e usato come modello ("fare come Hendrick"). In Nelle mani giuste (come già in Romanzo criminale) c'è... anche qui "Il Vecchio" (appunto!), che è poi la trasposizione letteraria di Federico Umberto D'Amato, grande capo dell'Ufficio Affari Riservati. E c'è "il Fondatore" (chiaramente ispirato a Ferruzzi), che ha costruito un grande impero industriale.
In entrambi i romanzi gli eredi dei boss (Guy Johnson e Nicola Scialoja; i sachem irochesi e Ilio Donatoni, che è poi Raul Gardini) si fanno sfuggire di mano la situazione.
In entrambi i romanzi, mentre ai maschi ribolle il sangue per lo scontro in atto e al fondo si manituanarivelano dei coglioni, una donna forte (una vedova: Molly/Maya) apre una via di fuga, uno sfiato che liberi le condutture.
In entrambi i romanzi c'è un lavoro sulla lingua che sovverte "dall'interno" il registro della narrativa di genere (per l'analisi dello stile di NMG rimando alla mia recensione su Nandropausa).

Come già mi era capitato leggendo Black Flag di Evangelisti dopo aver concluso il lavoro sul nostro 54, notando queste coincidenze ho pensato fosse giunto il tempo di riflettere sull'immaginario collettivo di questi anni italiani, per capire come mai due autori, lavorando su materiali diversissimi, avessero scritto due libri che si cercavano, si trovavano, e a tratti si sovrappongono. A quale livello si svolgeva questo cercarsi e sovrapporsi?
Al livello dell'allegoria che sta sempre in fondo a un'opera narrativa, mi sono risposto. Si racconta un mondo per raccontarne un altro o, più spesso, si racconta un mondo e si finisce per raccontarne un altro. La “zona grigia” descritta in quei libri è dove ci troviamo ora, è il nostro mondo. I “buchi” lasciati dai fondatori sono sotto i nostri occhi. Gli eredi dei fondatori sono mediocri figuri, caricaturali. Almirante era un losco figuro, ma era un grande losco figuro. Di Gasparri, onestamente, vedo uno dei due attributi, ma non l'altro. Ci salveranno le donne?  E se sì, quali?
Ho proposto questo tema di riflessione (il cercarsi reciproco dei libri al livello delle allegorie) prima ai miei colleghi di collettivo, poi ne abbiamo parlato con altri scrittori, infine il discorso ha preso forma negli appunti preparati per alcune conferenze in Nordamerica. Dopo quelle conferenze, la decisione di scrivere un testo che fosse un primo tentativo di sintesi.

Cosa è la “nebulosa epica” che sta diventando una generazione letteraria, In Italia?

Innanzitutto, va precisato (non verrà mai precisato abbastanza) che si tratta di una nebulosa di libri, di opere, non di autori. Non esistono “autori epici”, men che meno “neo-epici”. Esistono opere che hanno un tono epico, e in questo caso un rinnovato tono epico, perché non è dell'epica classica, ovviamente, che stiamo parlando.

L'ho definita una “nebulosa” perchè ha confini sfumati. Ho cercato di porre alcune premesse e definire sette caratteristiche, tratti distintivi, e ho detto che di quelle sette caratteristiche la prima (distanza dalla tonalità ironica e fredda prevalente nel postmoderno) è l'unica condicio sine qua non. Dopodiché, alcuni di quei libri hanno cinque di quei tratti distintivi, alcuni ne hanno quattro, alcuni ne hanno tre. Ho intenzionalmente detto che tutti i libri della nebulosa condividono almeno la metà di quei tratti, ben sapendo che la metà di sette è... 3,5.

Condivise le premesse (opere scritte dopo il 1993 in Italia, da autori italiani) e rinvenute nell'opera almeno tre caratteristiche... e mezzo, una delle quali è per forza la n.1, ecco, a quel punto si può dire che un libro sta nella nebulosa che abbiamo iniziato a esplorare. E' chiaro? No? Vabbe', si capirà meglio col tempo.

Mi ha stupito, favorevolmente, vederci incluso Camilleri. A me piace tantissimo, ma spesso ne sento parlare male, perché “vende molto”. Che ne pensi?

Spesso si parla male di Camilleri senza averne letto una sola riga, o avendo visto di straforo qualche scena del Montalbano televisivo. L'Italia è piena di patetici snob. Camilleri è uno degli autori più maruzzaoltranzisti e sperimentali in circolazione. Solo che quella sperimentazione non è mai fine a se stessa, l'autore riesce a metterla al servizio della narrazione.

Camilleri si è inventato una lingua tutta sua, peculiarissima, ed è riuscito a far leggere a centinaia di migliaia di persone libri che contengono parole astruse, lontanissime per suono e grafia dai loro corrispettivi italiani. Oggi, dopo dieci anni, ci sembra normale, è qualcosa che abbiamo acquisito, e così tendiamo a scordarci di quanto l'operazione sia stata radicale.

Oltre a questo, c'è tutto il “mestiere” di Camilleri, la sua capacità di strutturare e destrutturare la narrazione in modo da ottenere il massimo dell'effetto sul lettore. Non dimentichiamoci mai che Camilleri è stato per decenni regista televisivo e teatrale. Ed è stato sceneggiatore. Per giunta, ha lavorato tanto su prodotti ultra-popolari (serie poliziesche etc.), di alto artigianato, quanto su opere di estrema avanguardia (sopratutto a teatro). Tutto questo nei suoi libri lo vedi.

E poi, Camilleri ha questa capacità di non sbagliare mai una parola che sia una. Non c'è una sola frase che non convinca, in un suo libro. Ogni parola sembra essere nata per infilarsi lì dov'è, in quel preciso alveolo.

Nel saggio individui le caratteristiche del NIE (e dici che almeno la metà di queste sono condivise dagli autori che citi). Puoi spiegare ciascun punto in poche parole? 1. Calore, presa di posizione e assunzione di responsabilità.

...e fiducia nella parola, va aggiunto. Un'etica della parola. Un aspetto del quale molti autori hanno avuto paura, negli anni ruggenti (o squittenti) del postmoderno, durante i quali imperavano un'eccessiva giocosità, un sorridere forzato, una perenne ironia, un ostentato distacco.

2. Sguardo obliquo e azzardo del punto di vista. Questa, ti confesso, la ho capita poco.

Eppure è la più semplice :-) In questi romanzi si sperimentano punti di vista inusuali e inattesi. C'è l'Italia degli anni Cinquanta descritta da un televisore autocosciente. C'è la nascita del capitalismo industriale descritta da uno stregone vudù. C'è il mito delle sirene vissuto da un contadino che odia il mare. A mio avviso questi esperimenti di spostamento dello sguardo, soprattutto quando lo sguardo anima oggetti inanimati o esseri senzienti non umani, sono esperimenti importantissimi, ci permettono di uscire per un po' da noi stessi, e vederci da fuori. Ovviamente è soltanto l'effetto di un lavoro poetico, non è possibile avere davvero uno sguardo non umano, perché siamo umani. Ma la forza della letteratura è anche che ti permette di fantasticare su come sarebbe vivere altre vite, essere dentro altri corpi, percepire il mondo con altri occhi. E questo fantasticare estende le sinapsi, fa bene al cervello.

Realtà e finzione come endiadi quindi, e non come ossimoro?

Preferisco parlare di immaginazione, e l'una contiene l'altra, l'immaginario è una dimensione del reale. L'atto di immaginare avviene nella realtà.  E la narrazione e la simulazione hanno un valore curativo, pensa allo “psicodramma”, all'uso dei racconti nelle terapie di gruppo...montecristo

orca3. Ricerca di un connubio tra complessità narrativa e leggibilità.

Il mio sogno è un libro che abbia la densità e la complessità di Horcynus Orca di D'Arrigo, ma che “prenda” come Il conte di Montecristo.

 

4. Storie alternative e "ucronia potenziale”.petrolio

Pasolini non muore nel '75, termina la stesura di Petrolio, il libro esce alla fine del '77 e suscita polemiche a non finire. Pochi mesi dopo viene ucciso Moro, e tutti si accorgono che in un capitolo di Petrolio la scena del ritrovamento del cadavere era descritta nei minimi dettagli, R4 compresa. Cosa succede? Un libro che rispondesse a questa domanda sarebbe l'epitome del New Italian Epic.

5. Sovversione “nascosta” di linguaggio e di stile. Qua scusa se vado sul personale, ma ci ho pensato scrivendo le mie robe. Perchè gli aggettivi in -mente mi danno fastidio da sempre, ma ce ne ficco sempre qualcuno in mezzo (cazzo cazzo io direbbe albanese-cetto la qualunque) e gli aggettivi indefiniti e i mi-ti-ci-vi vorrei tanto non scriverli. Così quando correggo un mio testo, ora, mi sento rincuorato, un po' meno solo…

 A volte basta pochissimo per produrre un effetto “strano” nella lingua di un romanzo. In Manituana non c'è quasi parola che, una volta depositata sulla pagina e reagendo con le altre, non si carichi di connotazioni inusuali. Anche la frase in apparenza più innocente ha qualcosa di strano. A pag. 256 facciamo parlare il giovane Peter Johnson con il discorso libero indiretto, cioè siamo “dentro la sua testa”. Peter si sente soddisfatto e sente di essere, testualmente, “al centro del pianeta”. Che significa? E' un'espressione... sbagliata. Essere “al centro” di un pianeta significa essere sottoterra, al centro della sfera che è il pianeta. Invece Peter intende dire (dirsi) che si sente nell'ombelico del mondo, o nel posto più importante del mondo, qualcosa del genere. Ma è ubriaco, e gli viene tutt'altra immagine. Immagine che, se uno ci pensa un momento, è vagamente presaga di morte... Ecco, il nostro stile è tutto così. La sperimentazione è continua, ma è “sottopelle”, sotto la pelle della prosa.

6. "Oggetti narrativi non identificati" (UNO).

philopatI viaggi di Mel di Marco Philopat, ad esempio. Non è il suo libro più riuscito, ma è il più UNO, irriducibile a qualunque definizione. E' l'autobiografia romanzata di Melchiorre Gerbino, ma... la scrive Philopat, quindi come può essere l'autobiografia di Gerbino? Eppure non è una biografia, è proprio un'autobiografia, quello che parla è in tutto e per tutto Gerbino. Ma è un romanzo di Philopat. E' un romanzo di Philopat, ma c'è anche una parte (piuttosto lunga) di memoriale e documenti scritta direttamente da Gerbino. Che però non figura come autore, in copertina c'è solo il nome di Philopat. E Philopat ha “romanzato”, alterando i nomi dei personaggi. Però nella parte di Gerbino i personaggi hanno i nomi veri. E in che rapporto è la parte di Gerbino (protagonista scrivente ma non autore) con quella di Philopat (autore di un'autobiografia altrui ma non in qualità di ghost writer, dato che ha la paternità dell'opera)? In apparenza, nessun rapporto. Il libro pare un oggetto lanciato contemporaneamente in due direzioni opposte. Ecco, questo è un UNO.

7. Comunità e transmedialità.orlando

La storia di Orlando comincia nelle chansons de geste, viene ripresa e amplificata nei grandi poemi cavallereschi di Boiardo e Ariosto, prosegue nel cuntu dei pupari alla Mimmo Cuticchio. Cioè la storia prosegue da un medium all'altro, attraversa un continuo mutare di linguaggi. Ecco, questa è la transmedialità. C'è lo sfondamento delle  barriere tra cultura alta e cultura bassa, cosa che molti ingenui pensano sia un'invenzione del postmoderno. Attendo con grande curiosità il libro che Claudia Boscolo sta scrivendo su questo tema. Quanto alla “comunità del transmediale”: questo proseguire delle storie avviene “dal basso”. C'è una riappropriazione popolare delle storie, che continuano a vivere grazie a chi le adatta. Pensa alle maschere delle commedie di Goldoni, e pensa a come queste maschere rivivono nel teatro dei burattini, e poi pensa ai bambini che giocano a farsi i burattini per inscenare loro stessi le avventure di quelle maschere.

 
qParlando di Q avete scritto “Secondo noi tra i grandi PR di questo libro si distinguono i signori Bagnasco, Ruini e Ratzinger: più costoro si sforzano di fomentare la guerra di religione, e più il nostro romanzo viene letto "fuor di metafora".” Cosa intendevate dire?

Abbiamo notato che nei periodi in cui la Chiesa è particolarmente aggressiva contro diritti civili, conquiste del pensiero laico etc., Q vende di più. Non abbiamo prove scientifiche inoppugnabili, ma pensiamo ci sia un rapporto.

Che scrittori ami e cosa stai leggendo in questo periodo?il contagio

Amo i libri, più che gli scrittori. Sto leggendo  "Il contagio" di Walter Siti, un grandissimo. Mi sta piacendo molto, ci trovo tutto un gioco su stilemi propri del Cordelli più scrauso e bolso, ma con la lettura vado a rilento perché sono sovraccarico di lavoro.

Come si fa a non scrivere cose pallose?

Bisogna non essere pallosi. E di scrittori pallosi purtroppo ce n'è a iosa, siamo circondati. Roma, per esempio, è una città particolarmente ricca di autori pallosi. Mi sono reso conto che tra gli autori italiani contemporanei che apprezzo e seguo, in proporzione pochissimi sono di Roma. Vorrà dire qualcosa? E' una coincidenza? Non so.

Meno male, sarò palloso, ma non sono di Roma :0)
Ti cito una cosa di Sandro Veronesi: “La ragione per cui scrivo la conosco.
Scrivo perché mi è necessario, è una cosa mia, una funzione ormai obbligatoria del mio cervello e del mio corpo, come dormire, come sognare. La ragione per cui scrivo quello che scrivo, invece, di volta in volta mi è ignota: ma arrivare ad affermare questo, per me, è stata una conquista.” Cosa ne pensi?

Mi ci riconosco solo in parte. Credo che si sia un po' esagerato con questa storia del non-sapere da 54parte dell'artista, del non-potere-fare-a-meno etc. E' vero, anche la neurofisiologia ha ormai scoperto che il libero arbitrio è più un effetto di realtà che un dato reale. Le decisioni che prendiamo dipendono da tanti fattori che crediamo soltanto di controllare. Molto di ciò che chiamiamo “coscienza” è in realtà parte del subconscio. E lo sappiamo tutti che se ci comportiamo in un certo modo è perché siamo stati educati così, perché l'ambiente intorno ci condiziona a comportarci così etc. Quelle che pensiamo come nostre decisioni coscienti sono in realtà una combinazione di stimoli e reazioni, e queste reazioni le controlliamo davvero poco. Il dibattito è molto acceso, e alcuni filosofi sostengono che anche se il libero arbitrio è molto più limitato e meno importante di quanto pensassimo, anche se è un effetto di realtà, un inganno di prospettiva, noi non possiamo in alcun modo rinunciarvi. Dobbiamo assecondare l'effetto di realtà e comportarci come se il libero arbitrio avesse ancora l'importanza che gli davamo prima, perché le conseguenze sarebbero tragiche: sconforto, nichilismo, deresponsabilizzazione totale. Noi non possiamo pensare a noi stessi come non-coscienti, è un paradosso paralizzante.  Certo, dobbiamo far tesoro delle ultime scoperte, dobbiamo imparare a menarcela di meno, a non costruire castelli di sabbia in onore dell'Io e bearci come avessimo eretto cattedrali. Ma al libero arbitrio non possiamo rinunciare. A maggior ragione un artista, che deve sempre lottare con la tentazione dell'irresponsabilità. Ci sono già troppi irresponsabili al mondo, e troppe persone che si vantano di non saper spiegare perché fanno quel che fanno. Sforziamoci di essere eccezioni a questa regola.

Per Raymond Carver era importante questo: “niente trucchi da quattro soldi!”, o meglio, niente trucchi, nello scrivere. Cosa ne pensi? E poi, quanto e come pensi al pubblico, quando scrivi?

Carver è diventato Carver perché il suo editor, Gordon Lish, ha escogitato il trucco dei finali bruschi. E la stessa etichetta di “minimalismo” è un trucco: i testi originali di Carver erano molto più prolissi. Va detto che Carver non era d'accordo con gli interventi di Lish. Eppure a quegli interventi deve la gloria. Insomma, spesso questa cosa del “niente trucchi” è una bella fola per bimbi, ma tutti gli scrittori hanno – beh, dovrebbero avere – determinate capacità tecniche e un repertorio di retoriche e stratagemmi. Applicarli non significa essere insinceri. Anche un attore usa trucchi, ma se li usa con un po' di cuore è in grado di commuovere. Quella commozione non è meno reale solo perché l'attore ha una tecnica.

Su cosa stai lavorando o hai appena finito di lavorare?

Ho appena terminato, insieme al resto del collettivo, la revisione del testo di Grand River, il libro sul viaggio in Canada (sui luoghi di Manituana) compiuto da Wu Ming 3 e Wu Ming 5 nell'autunno 2007. Anche quello sarà un UNO. Esce per Rizzoli il 18 giugno.E ora stiamo sistemando il racconto collettivo che uscirà tra qualche tempo allegato al “Corriere della sera”.

Perdona se snocciolo qualche dato: in Italia si stampano circa 53.000 titoli l'anno, più di 100 al giorno quindi;  il 60% sono prime edizioni; il resto ristampe o riedizioni;  sono considerati forti lettori coloro che leggono 1 libro al mese ;  ci sono 4.000 editori: solo 1.000 sarebbero reperibili nel normale circuito librario: poche decine sono quelli che vediamo in prima fila; in un anno si stampano 300 milioni di copie e se ne vendono 150 milioni. Perché allora uno dovrebbe desiderare di fare lo scrittore?

Che in Italia ci siano più scrittori che lettori è a volte anche una mia sensazione. Di certo questo è vero nella poesia: tutti la scrivono, nessuno o quasi compra le raccolte che si pubblicano. Nella prosa forse è ancora diverso. Comunque, non ho una risposta certa alla tua domanda. Mi viene in mente soltanto un suo “spiazzamento”: in Italia milioni di persone fanno sesso, ogni giorno ci sono migliaia di amplessi, ma solo una piccola percentuale riuscirà a fare sesso con la Arcuri. E allora perché uno dovrebbe desiderare di fare sesso?

giap

Perché hai scelto una esperienza di scrittura collettiva? Quali sono i pro e i contro, rispetto alla scrittura solitaria?

E' stata la scrittura collettiva a scegliere me. Eravamo già un collettivo, facevamo radio, performance art, beffe mediatiche. Quando a uno di noi è venuto in mente di scrivere un libro, ci è parso del tutto naturale scriverlo insieme, e lì è cominciato tutto. I vantaggi sono che non ti senti mai solo. Gli svantaggi sono economici: dividiamo per cinque i diritti d'autore dei romanzi di gruppo. E in questo modo sei ben lontano dal diventare ricco :-)

Secondo Miles Davis, “non bisogna suonare quello che c’è, ma quello che non c’è”. Come fa uno scrittore a scrivere “quello che non c’è”? E ha senso?

Scrivere “quello che non c'è” è esattamente quello che dicevo poc'anzi sul “punto di vista non umano”. E' chiaro che è impossibile conseguire una cosa del genere, come è - a rigor di logica – impossibile suonare quello che non c'è. Ma la ricerca, lo sforzo, il muoversi in quella direzione porterà a risultati inattesi e interessanti.

Grazie Roberto, per la tua disponibilità e per questa intervista, in cui si legge tutta la passione per lo scrivere. Grazie davvero.

(p.s. del 26 maggio 2008: questa intervista è citata nel sito dei Wu Ming, grazie, qui)

 

wu-ming

postato da: sergiopaoli alle ore 10:35 | Permalink | commenti (6)
Commenti
#1   17 Maggio 2008 - 22:02
 
Alla descrizione generale dei Wu Ming aggiungo che i loro libri sono liberamente scaricabili dal loro sito, dato secondo me imprescindibile per poterli veramente apprezzare.
Il mio rapporto con il libro Q: lessi le prime sessanta pagine, mi dissi che barba sempre la "solita rivoluzione".... poi lo ripreso l'anno del giubileo, capii che c'era ben altra *storia*, fu una vera goduria!
utente anonimo

#2   18 Maggio 2008 - 01:27
 
Grande sergio, ottimo contributo al dibattito
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#3   19 Maggio 2008 - 10:54
 
Ora sono di corsa e non ho il tempo per leggere tutto, ma tornerò presto. Ho letto giusto quel che è stato detto di Camilleri perchè lo trovo semplicemente FANTASTICO!
Un bacio DonnaNuova.
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#4   20 Maggio 2008 - 11:01
 
Un sorriso per augurarti buongiorno
♥ Aurora ♥
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#5   04 Giugno 2008 - 02:12
 
Bella intervista! Bei libri! Brava gente!

Luther Blissett
utente anonimo

#6   04 Giugno 2008 - 13:02
 
non ho mai letto nulla di Roberto Bui ma leggere l'intervista mi ha portato ad incuriosirmi non poco... Bravo Sergio: anche questo serve a "far cultura"! Grazie...
utente anonimo

Commenti

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