Nel prossimo numero di Genova Nera (dicembre),
una mia intervista con Marco Videtta.



Sala operativa della Capitaneria di Porto di Marsala.
Sicilia. Italia.
Agosto caldo e afoso di un qualunque anno del nuovo millennio.
Gli uomini sono stanchi. Provati. Esasperati.
Gli avvistamenti si susseguono a non finire. Di giorno. Di notte. Gli ordini che arrivano sono contraddittori. I regolamenti sono contraddittori, vengono cambiati di continuo. I decreti legge sono all'origine di tutto. E le tensioni con Malta, con Cipro, con la Libia, con l'Unione Europea non migliorano il quadro. Il capo turno lo sa. Ha parlato con il comandante e ora fuma nervosamente mentre osserva il radar e i bollettini meteo. Tempo buono. Bonaccia. Temperatura alta. Le previsioni a breve, e a medio non danno variazioni. Ottime condizioni per una bella crociera. Pessime per chi aspetta i barconi.
Sul radar un puntino comincia a lampeggiare.
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(grazie a Angelo Marenzana)



Luigi Bernardi, classe ’53, vive a Bologna. Dal 1978 opera nel mondo dell’editoria: ha iniziato occupandosi di fumetti, creando tra l’altro la casa editrice “L’Isola trovata”, che mandò in edicola la rivista Orient Express (con rubriche e i fumetti di Magnus, Giardino, Micheluzzi, Ferrandino, Saudelli, Cossu, Rotundo, Baldazzini, Brandoli e Queirolo, Cadelo e parecchi altri).
Nel 1985 ha contribuito a far nascere Glénat Italia, che rilanciò un grande personaggio del fumetto italiano, il Lupo Alberto di Silver, e costruì una rivista intorno alla Pimpa di Altan, e molte altre cose.
Nel 1988 ha anche scritto e pubblicato il suo primo libro, Destinazione utopia (Eleuthera, 1988), un saggio su “l’evasione impossibile di tre personaggi a fumetti”: Corto Maltese, Graziano Frediani di Mister No e Luca Boschi di Ken Parker. Per quel libro scrisse anche l’introduzione, Verso un paese lontano. Tra l’89 e il ’96, con Granata Press, ha pubblicato una serie di autori le cui opere sono oggi nei cataloghi di grandi editori. Cesare Battisti, Pino C
acucci, Ivan Della Mea, Paolo Di Orazio, Giuseppe Ferrandino, Marcello Fois, Carlo Lucarelli, Stefano Massaron, Giancarlo Narciso, Davide Pinardi, Alda Teodorani, Nicoletta Vallorani; e le traduzioni: Didier Daeninckx, Paco Ignacio Taibo I, Paco Ignacio Taibo II, Léo Malet, Jean-Patrick Manchette, Patrick Raynal, Andreu Martin. Continua tutt’oggi a occuparsi di noir come consulente editoriale per Perdisa Pop (dopo averlo fatto per DeriveApprodi, Fazi, Einaudi, Dario Flaccovio e tanti altri).
“Senza luce” (Perdisa Pop, 2008) è il suo ultimo romanzo.
Essere “senza luce” significa essere soli con sé stessi: tutte le sensazioni, le emozioni e ciò che proviene dagli altri sensi è come amplificato. Significa anche badare di più all’essenza, all’introspezione personale. Come sono questi personaggi di Senza luce e pensi che siano paradigmatici di come siamo noi oggi?
LB:
Se fossimo davvero senza luce saremmo sul serio in grado di guardarci dentro e di tirarne fuori qualcosa di buono?
Quanto conta per te la cronaca, la realtà raccontata dai media in quello che scrivi e racconti, e come la lavori, per arrivare ad una tua storia?
Ti cito Pasolini come me lo ha citato Loriano (Macchiavelli): “Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace”. Che ne pensi?
Romanzi noir, thriller a sfondo sociale, romanzi politici. Romanzi di genere e non. Romanzi d’inchiesta. Non sei stanco di definizioni? Già che ci sei, me ne dai una del tuo modo di scrivere?
Le definizioni sono semplificazioni richieste dal mercato. Servono agli editori per capire cosa stanno pubblicando, ai librai per sapere cosa stanno esponendo, ai lettori per identificare cosa si stanno portando a casa. Non sarebbe un problema, se ognuno avesse chiaro di cosa si sta parlando. Lo diventa quando si legge che Camilleri scrive dei noir e Ballard è stato un maestro del cyberpunk. Il mio modo di scrivere? Una narrazione del possibile. Quando parlo a molte persone di scrittori famosi che ammiro (e che vendono come De Cataldo, Carlotto, Wu Ming per esempio) è come vedere un ciccione correre: si nota lo sforzo (per capire di che si parla). Gli italiani leggono poco? Mi pare che conosci la realtà di altri paesi europei, come la Francia. Là che fanno, visto che leggono molto di più di noi? O è solo un luogo comune?
“Credo che la scrittura debba fare male, scoprire i nervi e provocare cortocircuiti. Gli scrittori sono troppo indulgenti con il mondo intorno, cercano la fama e il profitto, una fetta di torta qualsiasi. A me interessa illuminare zone di buio, con le mie storie, i miei personaggi, il mio stile. Dentro quel buio ci sono anch’io, ci siamo tutti noi.” L’hai detto tu. “Voglio una letteratura perturbante e non consolatoria”, hanno scritto di recente i Wu Ming. Cosa vuol dire “far male”, “perturbare”?
L’Italia è piena di aspiranti scrittori, ma sembra molto meno piena di aspiranti
lettori. Come la vedi e perché oggi uno dovrebbe sognare di diventare scrittore?
Hai detto: “credo nelle ossessioni e nella letteratura. Lo scrittore è ossessionato dalla scrittura. La sua vita ne è intrisa.” Io, da scribacchino in erba, mi ci sono ritrovato. Per te, cosa vuol dire, concretamente?
Cosa ti ha entusiasmato ne Le benevole di Jonathan Littell?
e volta compravano la domenica. Non erano tanto i titoli ad affascinarmi quanto le parole, la possibilità di ritagliare le lettere e di formarne di nuove.
TERRAZZA "FRONTE DEL PORTO"